Solitudine copertina

 

“Non è bene che l’uomo sia solo, io gli farò un aiuto che sia adatto a lui” (Genesi 2:18)

La solitudine è la condizione, lo stato di chi è solo, cioè privo di compagnia, che non ha nessun altro insieme o vicino.

Nel corso della propria vita, ogni uomo ha provato l’esperienza della solitudine e, quando l’ha confrontata con gli altri, si è accorto che non ne esiste una sola.

Ognuno di noi ha un modo proprio di rappresentarsela, di viverla, e perché no, d’immaginarsela. (https://www.psicoanalisi.it/osservatorio/3527/)

Gli psicoanalisti ritengono che il termine solitudine rimandi alla parola “separare” composta da “se” e “parare”. La prima indica “divisione”, la seconda “parto”. Il termine solitudine rimanda alla separazione del nascituro dalla madre, con la conseguente perdita di uno stato particolare. La stessa parola solitudine rammenta all’uomo la perdita che ha vissuto, in quanto ne rappresenta l’evento avvenuto. Nessuno può negare che sia un’autentica esperienza di vita vissuta. (https://www.psicoanalisi.it/osservatorio/3527/)

L’uomo moderno è sempre più solo: secondo una ricerca dell’università della Pennsylvania, pubblicata sul Journal of Social and Clinical Psychology, l’avvento dei social media non ha fatto altro che acutizzare questa condizione. 

«Alla fine, quello che è emerso – dice la dottoressa Hunt – è che usando meno del consueto i social si ha una significativa diminuzione della depressione e del senso di solitudine. E questo accade in modo più sensibile in quei ragazzi che erano più depressi quando sono stati arruolati nello studio». Il miglioramento dell’umore quando ci si stacca dai rapporti virtuali si pensa dipenda dal fatto che, stando sui social, in particolare su Instagram, si fanno mille e uno paragoni con la vita degli altri, concludendo che la propria è scialba e insignificante. Uscendo da questi confronti e tornando alla vita reale, è più probabile che si trovino cose interessanti da fare e da vivere.

Diversi studiosi hanno cercato di mettere in guardia le persone, cittadini dei continenti digitali ormai da miliardi di utenti, del cortocircuito che può crearsi all’incrocio fra la ben nota «fomo», la fear of missing out, la paura di rimanere tagliati fuori da notizie, aggiornamenti e magari pure pettegolezzi, e la condizione concreta delle persone, sempre più incastrate in società ipercompetitive e spietate, dove il tempo per la socialità vera è sempre di meno e sempre più sottratto proprio dalle controparti digitali in una routine serrata.

L’ultimo periodo di quarantena ha certamente alimentato le situazioni di solitudine: d’istinto, nei momenti di difficoltà, si cerca rifugio nella vicinanza dei propri affetti e nella condivisione, mentre con il COVID-19 è stato invece necessario andare contro il proprio istinto, interrompendo diversi rapporti interpersonali con le persone a cui si vuole bene. 

Generalmente si può restare soli per scelta propria (per timidezza o come scelta consapevole), per circostanze contingenti (pensiamo alla dipartita della moglie o del marito) oppure perché emarginati dagli altri (il marito che non ascolta la moglie).

Ma cosa ci dice la Parola di Dio?

Abbiamo letto in Genesi 2:18 “Non è bene che l’uomo sia solo, io gli farò un aiuto che sia adatto a lui”. Sin dalla creazione, Dio ha trovato un rimedio alla solitudine umana. E’ bello notare che, quando ancora non c’era il peccato, Dio considerava la solitudine un limite alla gioia dell’uomo.

Purtroppo, con il peccato, il rapporto tra l’uomo e la donna, ed in generale tra l’uomo ed i suoi simili, si è inevitabilmente deteriorato. Dio è, quindi, intervenuto nuovamente nella storia dell’umanità per recuperare quella relazione nella persona di Cristo Gesù.

Certamente nella storia dell’umanità non c’è uomo che abbia sperimentato una solitudine pari a quella di Gesù: dopo l’arresto fu abbandonato da tutti i suoi discepoli (quegli stessi che avevano dichiarato che non lo avrebbero mai abbandonato), ed infine sulla croce, espresse quel grido di dolore: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27:46)

Il Vangelo non riporta la risposta a questa domanda, che rimane sospesa nel tempo, in maniera che ogni uomo possa dare la propria risposta… E l’unica risposta utile alla condizione di ogni singolo individuo è questa: “perché hai preso su di Te tutti i miei peccati, affinché io sia riconciliato con Dio e non debba mai più essere solo!”

L’uomo che riceve Gesù nel proprio cuore come personale Salvatore, e decide di seguirlo come proprio Signore, diventa figlio di Dio, e come tale, erede per fede di tutte le sue promesse, tra le quali quella scritta in Ebrei 13:5 “Io non vi lascerò e non vi abbandonerò”.

Ma Dio provvede anche una famiglia: “a quelli che sono soli, Dio dà una famiglia” (Salmo 68:6), e cioè la sua Chiesa, l’insieme di tutti fratelli e sorelle che hanno sperimentato la vita nuova in Cristo. Nella chiesa regna l’accoglienza e non l’emarginazione, anche se, in alcuni casi, è necessario emarginare qualcuno. Infatti in I Corinzi 5:11 è scritto “ma quel che vi ho scritto è di non mischiarvi con chi, chiamandosi fratello, sia un fornicatore, un avaro, un idolatra, un oltraggiatore, un ubriacone, un ladro; con quelli non dovete neppure mangiare”; mentre in II Giovanni 10 è scritto “se qualcuno viene a voi e non reca questa dottrina, non ricevetelo in casa e non salutatelo”. Si tratta quindi di falsi fratelli, che non danno buona testimonianza.

E’ importante ricordare che il Signore può permettere dei periodi di solitudine, affinché possiamo crescere come credenti, maturando una più profonda comunione con Lui. Ricordiamo, ad esempio, la storia di Giuseppe, questo adolescente venduto come schiavo dai suoi fratelli, portato in Egitto a servire una famiglia straniera ed infine incarcerato, nonostante fosse assolutamente innocente. Riguardo a questi fatti, leggiamo nel Salmo 105:18-19: “Gli legarono i piedi con ceppi; fu oppresso con catene di ferro. Fino al tempo in cui si avverò quanto aveva predetto, la parola del Signore lo affinò”.

Anche al giorno d’oggi, alcuni cristiani soffrono spesso, sentendosi soli. Un noto evangelista, di nome Nicky Cruz, ha elencato quattro consigli che possono essere utili ai credenti che vogliono sfuggire alla solitudine:

  1. Invece di cercare persone nelle quali confidare, focalizzati interamente su Dio, che è il Solo degno di fiducia. Nel fare questo, smetterai di aspettarti dagli esseri umani più di quanto essi possono dare.
  2. Prenditi del tempo per appartarti solo con Dio quotidianamente, indipendentemente da pressioni o impegni. Prega per ogni problema, che sia piccolo o grande. La Bibbia dice, “Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”. (Filippesi 4:6,7)

  3. Impara a dire di no. Se tendi ad essere un “maniaco del lavoro” (nel senso che il tuo unico piacere nella vita è lavorare), ammettilo e inizia ad affrontarlo. Sbarazza la tua vita da tutte quelle attività non indispensabili che ti rubano tempo per Dio, per la tua famiglia, per gli impegni di chiesa e per un riposo necessario.

  4. Invece di soffermarti costantemente solo sui tuoi problemi, tendi la mano a qualcun altro, in semplice amicizia. Puoi ricevere qualcosa di infinitamente più grande di ciò che dai.

Ti senti solo? Che tu sia un credente “nato di nuovo” oppure no, contattaci tramite i nostri canali social, saremo lieti di condividere la nostra esperienza di fede con Cristo Gesù, l’amico che ama in ogni tempo, nato per essere un fratello nella sventura.