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Giudici 3:31 "Dopo Eud, venne Samgar, figlio di Anat. Egli sconfisse seicento Filistei con un pungolo da buoi; anch'egli liberò Israele".

Giudici 5:6 "Ai giorni di Samgar, figlio di Anat, ai giorni di Iael, le strade erano abbandonate, e i viandanti seguivano sentieri tortuosi".

Samgar, figlio di Anat, il cui nome potrebbe significare “colui che cura”, fu chiamato in un periodo molto particolare, come leggiamo in Giudici 5:6. Non sappiamo tanto della sua vita, ma dal suo gesto solitario comprendiamo quanto personale e profondo fosse il suo rapporto con Dio

Dalla descrizione delle strade abbandonate, deduciamo che si aggira, nel territorio di Israele, un nemico che incute paura e, di conseguenza, obbliga le persone a rinchiudersi in casa, mettendole in difficoltà nella loro vita quotidiana. Pensiamo sia facile immedesimarsi in una situazione del genere, perché è ciò che abbiamo vissuto in questi mesi di quarantena e che ha segnato personalmente le nostre vite, soprattutto per il futuro incerto e diverso che si prospetta davanti a noi.

Nel cantico di Debora, la descrizione della vita continua parlando di viandanti che percorrevano sentieri tortuosi. I sentieri tortuosi nella Scrittura simboleggiano vite che seguono un corso non in linea con la volontà di Dio. Su questi sentieri infatti non c’è né pace, né equità (Isaia 59:8), ed il Signore disperderà chi cammina per essi (Salmo 125:5). La condizione di Israele in quel periodo era caratterizzata dall’idolatria. Il popolo di Dio aveva abbandonato la strada maestra (la legge del Signore) e aveva preso i costumi dei popoli cananei

Oggi, nel 2020, l’idolo assume spesso la sembianza del proprio io, e la mentalità della nostra società ritiene che l’uomo sia in grado di superare ogni situazione e di avere sempre il controllo di ciò che lo circonda. Uno stile di vita che esclude Dio dalle proprie decisioni porta inevitabilmente a scontrarsi con i “Filistei”. Possiamo vedere nella dominazione di questo popolo la conseguenza del peccato. La paura, l’ansia, la depressione, l’irritabilità, la preoccupazione ma anche la pace fallace, il cieco ottimismo e la giustizia personale, sono tutti problemi con cui l’uomo deve combattere. In un quadro così cupo, ecco che Samgar compie un’impresa epica. La Bibbia non ci dice che il popolo di Israele si fosse ravveduto ed avesse gridato al Signore, sembra quindi un’impresa isolata; infatti il verso successivo nomina la morte del giudice a lui precedente (Eud) per introdurre un nuovo sviamento del popolo di Israele.

Consideriamo l’arma che utilizza quest’uomo: combatte con un pungolo da buoi. Non ha una vera arma in grado di contrastare l’equipaggiamento filisteo, ma per lui questo non è un problema, sa che l’esito della battaglia dipende dal Signore, sarà Lui a dargli la vittoria. Da notare come, all’interno della battaglia, Samgar non prende le spade filistee. Ucciso uno o due avversari, avrebbe potuto impadronirsi delle loro armi, certamente più adeguate alla situazione. 

Possiamo vedere in Samgar la figura del vero credente che compie la volontà di Dio afferrando un pungolo senza mai perderne la presa e anche noi, se vogliamo ottenere la vittoria, dobbiamo afferrare la Parola di Dio come nostra unica arma e fonte di salvezza, come fu per l’apostolo Paolo. “Tutti noi cademmo a terra, e io udii una voce che mi disse in lingua ebraica: ‘’Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ti è duro recalcitrare contro il pungolo’’ (Atti 26:14).

Il credente vive circondato dal peccato, dalle sue tentazioni e dalle sue conseguenze, ma, se il suo cuore è saldo, fiducioso nel Signore, allora può lanciarsi nella battaglia spirituale, sapendo che otterrà la vittoria. Durante le prove che affrontiamo, possono presentarsi dei compromessi, delle scorciatoie che potrebbero apparentemente rendere più facile il combattimento. Ma ricordiamoci sempre che “le armi della nostra guerra non sono carnali, ma hanno da Dio il potere di distruggere le fortezze, poiché demoliamo i ragionamenti e tutto ciò che si eleva orgogliosamente contro la conoscenza di Dio, facendo prigioniero ogni pensiero fino a renderlo ubbidiente a Cristo” (II Cor 10:4-5). Le armi del nemico non sono le nostre armi, non fermiamoci dunque a raccoglierle, ma continuiamo a combattere con quello che Dio ci mette a disposizione, perché sarà sufficiente. Davide non avrebbe ucciso Goliat con l’armatura di Saul.

Infine, Samgar portò liberazione ad Israele. Nel leggere il punto “anch'egli liberò Israele” capiamo quanto poco ci si aspettasse da questo personaggio, egli non era un uomo che, secondo l’opinione comune, avrebbe potuto salvare Israele. Se si fosse trattato di un liberatore come tutti gli altri, quel “anche” non avrebbe alcun senso: era un liberatore speciale, un uomo della terra, un contadino che probabilmente si trovò la strada sbarrata dai filistei e usò ciò che aveva tra le mani, un pungolo da buoi, con cui uccise seicento nemici. La sua impresa non sarà come quella di Gedeone, né da paragonare a quella di Iefte o di Samuele, ma comunque non passò inosservata e ottenne l’effetto che caratterizzava gli uomini suscitati da Dio come giudici. Anche noi come Samgar, non vogliamo tirarci indietro di fronte alla difficoltà, ma farci trovare pronti e adempiere il grande mandato che ci è stato affidato: “ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio” (I Cor 1:27-29).

In questo momento non abbiamo grandi possibilità di fare evangelizzazioni comunitarie, ma siamo tutti chiamati, con la nostra singola testimonianza sul luogo di lavoro o nei posti dove ci è permesso andare, a portare un messaggio di salvezza e dimostrare che il Dio di Israele è ancora in grado di rendere l’uomo veramente libero.